Allenare secondo il modello prestativo

Allenare secondo il modello prestativo: progettare l’allenamento partendo dalla prestazione

Negli ultimi decenni la preparazione fisica ha conosciuto un’evoluzione profonda. Se in passato l’attenzione era rivolta soprattutto allo sviluppo delle capacità fisiche – forza, velocità, resistenza e mobilità – oggi la ricerca ci invita a osservare la prestazione sportiva da una prospettiva più ampia.

Una domanda, in particolare, può guidare il lavoro di ogni allenatore e preparatore:

 

Che cosa deve realmente saper fare un atleta per essere efficace nel proprio sport?

La risposta non si trova in un singolo parametro fisiologico, in un test di forza o in un valore di consumo massimo di ossigeno. La prestazione nasce infatti dall’interazione di molteplici fattori: capacità fisiche, abilità tecniche, competenze tattiche, processi cognitivi, capacità decisionali, aspetti psicologici e caratteristiche dell’ambiente di gara.

Per questo motivo, progettare un allenamento efficace significa partire dalla comprensione della prestazione stessa. È qui che entra in gioco il concetto di modello prestativo, uno dei pilastri della moderna teoria dell’allenamento.

 

Che cos’è il modello prestativo?

Il modello prestativo può essere definito come la descrizione delle richieste che una determinata disciplina impone all’atleta per raggiungere un’elevata performance.

In altre parole, rappresenta una sintesi delle caratteristiche che distinguono una prestazione efficace in uno specifico contesto competitivo.

Queste richieste possono riguardare diversi ambiti:

  • capacità condizionali, come forza, velocità, resistenza e potenza;
  • capacità coordinative e controllo motorio;
  • abilità tecniche specifiche;
  • competenze tattiche e strategiche;
  • processi percettivi e decisionali;
  • caratteristiche psicologiche, come concentrazione, autocontrollo e gestione dello stress;
  • richieste metaboliche, biomeccaniche e neuromuscolari.

È importante sottolineare che il modello prestativo non è un elenco di qualità fisiche, ma una rappresentazione della complessità della prestazione.

Pensiamo, ad esempio, a uno sport di squadra. Due atleti possono possedere gli stessi livelli di forza e velocità, ma ottenere risultati completamente diversi durante una partita. La differenza risiede spesso nella capacità di utilizzare queste qualità nel momento opportuno, interpretando correttamente ciò che accade in campo e adattando continuamente il proprio comportamento.

Lo stesso principio vale anche negli sport individuali. Un maratoneta non deve soltanto possedere una straordinaria capacità aerobica, ma saper gestire il ritmo di gara, distribuire le energie, adattarsi alle condizioni ambientali e prendere decisioni efficaci durante tutta la competizione.

Il modello prestativo, quindi, non descrive semplicemente quanto un atleta debba essere forte o resistente, ma come tutte le sue capacità debbano integrarsi per produrre una prestazione efficace.

 

Perché il modello prestativo è così importante?

Ogni scelta compiuta durante la programmazione dell’allenamento dovrebbe avere un collegamento con ciò che accade in gara.

Questo principio, apparentemente semplice, viene talvolta trascurato.

Capita infatti di costruire programmi molto efficaci nel migliorare alcune qualità fisiche senza chiedersi se tali miglioramenti producano un reale beneficio sulla prestazione.

Un incremento della forza massima, ad esempio, rappresenta quasi sempre un adattamento positivo. Tuttavia, il suo valore dipende dalla capacità dell’atleta di trasformare quella forza in azioni utili durante la competizione.

Lo stesso vale per la velocità, la resistenza o la potenza.

Nessuna qualità possiede un valore assoluto.

Acquista significato solo nella misura in cui contribuisce alla prestazione richiesta dalla disciplina.

È proprio questa la funzione del modello prestativo: offrire un riferimento che permetta di individuare quali capacità siano realmente determinanti e quale peso abbiano all’interno della performance.

In questo senso, il modello prestativo diventa una bussola che orienta tutte le successive decisioni dell’allenatore: dalla scelta degli obiettivi alla pianificazione del lavoro, fino alla selezione degli esercizi e dei criteri di valutazione.

 

L’errore più comune: allenare le qualità invece della prestazione

Uno degli errori più frequenti consiste nel considerare le capacità fisiche come elementi indipendenti tra loro.

Si programma una seduta dedicata alla forza, una alla velocità, e una alla resistenza.

Questa organizzazione può essere utile sotto il profilo metodologico, ma non deve far dimenticare una realtà fondamentale: durante la competizione le capacità non vengono mai utilizzate in modo isolato.

Ogni azione sportiva richiede l’integrazione simultanea di sistemi diversi.

Un giocatore deve accelerare mentre osserva gli avversari.

Un tennista colpisce la palla mentre anticipa la risposta dell’avversario.

Un ciclista gestisce la potenza sviluppata valutando contemporaneamente il ritmo della gara e il comportamento del gruppo.

Persino discipline apparentemente “lineari”, come la corsa di endurance, richiedono continui processi decisionali legati alla gestione dello sforzo, del ritmo e delle condizioni ambientali.

La prestazione non nasce quindi dalla semplice somma delle capacità fisiche, ma dalla loro integrazione all’interno di un contesto specifico.

Questa considerazione cambia profondamente il modo di progettare l’allenamento.

L’obiettivo non diventa soltanto migliorare una determinata qualità, ma sviluppare la capacità di utilizzarla quando serve, nelle condizioni in cui sarà realmente richiesta.

 

Dall’analisi della prestazione alla progettazione dell’allenamento

Una volta definito il modello prestativo, il passo successivo consiste nel trasformare queste informazioni in un programma di allenamento.

È in questa fase che entrano in gioco i principi della teoria dell’allenamento.

Il primo è quello della specificità.

Spesso questo termine viene interpretato come la necessità di riprodurre fedelmente il gesto tecnico della disciplina. In realtà, la specificità è un concetto molto più ampio.

Un esercizio è specifico quando sviluppa adattamenti che possono essere trasferiti alla prestazione.

Ciò significa che deve allenare capacità realmente rilevanti per la disciplina e farlo in condizioni sufficientemente vicine alle richieste della competizione.

In alcuni casi questo comporterà una forte somiglianza con il gesto di gara.

In altri, invece, sarà opportuno utilizzare esercizi apparentemente lontani dalla prestazione, ma indispensabili per sviluppare qualità fondamentali come forza massima, potenza muscolare o capacità aerobica.

La domanda da porsi, quindi, non è:

“Questo esercizio assomiglia alla gara?”

Cioè:

“Questo esercizio migliora una capacità che l’atleta utilizzerà durante la competizione?”

Questa distinzione è fondamentale.

Confondere la specificità con la semplice imitazione del gesto tecnico rischia infatti di limitare le possibilità offerte dall’allenamento.

Una seduta realmente efficace nasce dall’equilibrio tra esercizi altamente specifici ed esercizi finalizzati allo sviluppo delle capacità che sostengono la prestazione.

 

Il modello prestativo è un punto di partenza, non un metodo

Comprendere il modello prestativo significa sapere che cosa richiede la disciplina.

Non significa automaticamente sapere come allenarla.

Tra la conoscenza della prestazione e la progettazione dell’allenamento esiste infatti uno spazio occupato dai principi metodologici e dalle diverse strategie di allenamento sviluppate dalla ricerca scientifica.

Negli ultimi anni, una delle prospettive che ha ricevuto maggiore attenzione è quella dell’Ecological Dynamics.

Secondo questo approccio, la prestazione emerge dalla continua interazione tra atleta, compito e ambiente. Il comportamento motorio non viene considerato come la semplice esecuzione di schemi prestabiliti, ma come il risultato di un processo continuo di percezione, decisione e adattamento alle informazioni disponibili.

Dal punto di vista pratico, ciò significa che l’allenamento può essere progettato anche modificando i cosiddetti vincoli (constraints): lo spazio di gioco, il tempo a disposizione, le regole dell’esercizio, il numero di avversari o le caratteristiche dell’ambiente. Variando questi elementi, l’atleta è chiamato a trovare soluzioni motorie efficaci, sviluppando contemporaneamente competenze fisiche, tecniche, cognitive e decisionali.

L’Ecological Dynamics rappresenta quindi una prospettiva estremamente interessante per comprendere come favorire l’apprendimento e l’adattamento. Tuttavia, non sostituisce i principi consolidati della teoria dell’allenamento né rende superfluo il lavoro sulle capacità condizionali.

Forza, potenza, resistenza e velocità continuano a rappresentare componenti essenziali della preparazione fisica, sostenute da un’ampia evidenza scientifica.

La vera sfida consiste nell’integrare questi strumenti all’interno di una programmazione coerente con il modello prestativo della disciplina, scegliendo di volta in volta la metodologia più adatta agli obiettivi dell’atleta.

 

Dalla teoria alla pratica: come si costruisce un allenamento efficace?

Una volta compreso il modello prestativo e individuate le caratteristiche che determinano la performance, il passo successivo consiste nel trasformare queste informazioni in scelte concrete.

Ed è a questo punto che la teoria e la pratica si incontrano.

Ogni seduta di allenamento dovrebbe rispondere a una domanda fondamentale:

Quale adattamento voglio ottenere e quanto questo adattamento contribuirà alla prestazione dell’atleta?

La risposta permette di selezionare mezzi e metodi coerenti con gli obiettivi della programmazione, evitando di scegliere gli esercizi soltanto perché efficaci in senso generale o perché di tendenza.

Ad esempio, un incremento della forza massima può rappresentare un obiettivo prioritario in alcune fasi della stagione, anche se gli esercizi utilizzati presentano una limitata somiglianza con il gesto tecnico della disciplina. Al contrario, nelle fasi più vicine alla competizione, può essere più utile orientare il lavoro verso esercitazioni che favoriscano il trasferimento delle capacità sviluppate alle reali situazioni di gara.

Questo concetto è strettamente legato al principio del transfer, ovvero alla capacità di un adattamento ottenuto in allenamento di produrre un miglioramento della prestazione sportiva.

 

 

Il transfer: il vero obiettivo dell’allenamento

Nel linguaggio comune si tende a considerare efficace qualsiasi esercizio che produca un miglioramento misurabile.

Dal punto di vista della prestazione, tuttavia, il criterio è diverso.

Un esercizio è realmente efficace quando il miglioramento ottenuto viene trasferito alla competizione.

Ad esempio, aumentare il carico nello squat rappresenta certamente un progresso della forza. Ma questo miglioramento avrà valore solo se consentirà all’atleta di accelerare più rapidamente, saltare più in alto, cambiare direzione con maggiore efficacia o mantenere elevati livelli di prestazione durante la gara.

Lo stesso principio vale per qualsiasi altra capacità.

Una migliore resistenza aerobica ha senso se permette di sostenere il ritmo richiesto dalla disciplina.

Una maggiore velocità è utile se può essere espressa nelle situazioni che determinano il risultato della competizione.

Una migliore mobilità articolare è funzionale se contribuisce a rendere il gesto più efficace o a ridurre il rischio di infortunio.

In altre parole, l’obiettivo dell’allenamento non è migliorare i test, ma migliorare la prestazione.

I test rappresentano strumenti preziosi per monitorare gli adattamenti dell’atleta, ma non devono mai sostituire il vero obiettivo della preparazione.

 

L’integrazione delle capacità: una visione moderna dell’allenamento

La ricerca degli ultimi anni conferma che la prestazione sportiva è il risultato dell’interazione continua tra sistemi diversi.

Le capacità fisiche costituiscono il “motore” dell’atleta.

Le competenze tecniche rappresentano gli strumenti con cui quel motore viene utilizzato.

Le capacità tattiche e decisionali consentono di scegliere la soluzione più efficace.

Gli aspetti psicologici influenzano la qualità con cui tutto questo viene espresso, soprattutto nei momenti di maggiore pressione competitiva.

Allenare una sola componente ignorando le altre significa semplificare eccessivamente un fenomeno estremamente complesso.

Questo non implica che ogni esercizio debba allenare contemporaneamente tutte le componenti della prestazione.

Al contrario, una programmazione efficace alterna momenti nei quali si sviluppano capacità specifiche — ad esempio forza, potenza o capacità aerobica — ad altri nei quali queste vengono progressivamente integrate all’interno di esercitazioni sempre più vicine alle richieste della disciplina.

La qualità della programmazione risiede proprio nella capacità di organizzare questa progressione, rispettando i principi dell’allenamento e le esigenze dell’atleta.

 

Non esiste il metodo perfetto

Uno degli errori più frequenti nel dibattito sulla preparazione fisica è ricercare il metodo “migliore” in senso assoluto.

Negli ultimi anni si sono alternati numerosi approcci: allenamento funzionale, periodizzazione tradizionale, periodizzazione a blocchi, Constraints-Led Approach, Ecological Dynamics, small-sided games, velocity-based training e molti altri.

Ognuno di questi metodi possiede solide basi teoriche e può risultare estremamente efficace quando viene applicato nel contesto appropriato.

Il problema nasce quando il metodo diventa il punto di partenza della programmazione.

In realtà, il percorso dovrebbe essere esattamente opposto.

Si parte dall’analisi della prestazione.

Si costruisce il modello prestativo.

Si individuano gli obiettivi prioritari.

Solo a questo punto si scelgono gli strumenti più adatti per raggiungerli.

Il metodo, quindi, non rappresenta il fine dell’allenamento, ma uno dei mezzi attraverso cui perseguire un obiettivo ben definito.

 

Conclusioni

Il modello prestativo rappresenta oggi uno dei riferimenti più importanti per chiunque si occupi di allenamento.

Non è una metodologia e non propone esercizi specifici.

È un modello di analisi che consente di comprendere quali siano le reali esigenze della disciplina e di orientare tutte le successive scelte metodologiche.

Allenare secondo il modello prestativo significa progettare ogni intervento partendo dalla prestazione, evitando sia il rischio di sviluppare qualità poco rilevanti, sia quello di rincorrere metodologie considerate innovative senza una reale coerenza con gli obiettivi dell’atleta.

La preparazione fisica moderna non richiede di scegliere tra forza e tecnica, tra esercizi analitici e situazionali, tra approcci tradizionali e nuove prospettive scientifiche.

Richiede piuttosto la capacità di integrare strumenti diversi all’interno di una programmazione coerente, individualizzata e orientata alla prestazione.

In definitiva, il modello prestativo non indica quale esercizio utilizzare.

Indica il criterio con cui scegliere quello più adatto.

Ed è probabilmente questa la competenza che distingue un programma di allenamento ben costruito da una semplice successione di esercizi.

 

 

Riferimenti bibliografici

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DAL MODELLO PRESTATIVO ALLA PRATICA: CINQUE DOMANDE PER PROGETTARE MEGLIO UN ALLENAMENTO

 

Il modello prestativo non fornisce una lista di esercizi già definiti: offre un criterio per prendere decisioni più consapevoli. Prima di costruire una seduta o un programma, queste domande aiutano a mantenere il collegamento tra ciò che si fa in allenamento e ciò che l’atleta dovrà realmente esprimere in gara.

  1. Quali sono le reali richieste della prestazione?

Ogni disciplina presenta caratteristiche specifiche. Prima di scegliere un esercizio è necessario comprendere quali capacità, abilità e comportamenti determinano maggiormente il successo competitivo. Non tutte le qualità hanno lo stesso peso: la priorità va agli elementi che influenzano davvero la performance.

  1. L’esercizio proposto ha un collegamento con ciò che accade in gara?

La specificità non coincide con l’imitazione del gesto tecnico. Un esercizio può essere utile anche se non assomiglia visivamente alla gara, purché sviluppi capacità che verranno utilizzate in competizione. La domanda chiave è: “Quale adattamento produrrà questo esercizio e quale contributo offrirà alla performance?”

  1. Sto allenando una qualità fisica o la capacità di utilizzarla?

Forza, velocità, potenza e resistenza sono fondamenta indispensabili, ma non costituiscono da sole la prestazione. L’obiettivo è permettere all’atleta di utilizzare queste capacità nelle situazioni che contano, con tempi, spazi e pressioni tipiche della competizione.

  1. L’allenamento sviluppa anche la capacità di adattarsi?

La gara è un ambiente variabile e spesso imprevedibile. L’atleta deve leggere informazioni, prendere decisioni e modificare il proprio comportamento. Inserire variabilità e situazioni che richiedano adattamento favorisce una maggiore efficacia nelle situazioni competitive.

  1. Come posso capire se l’allenamento sta migliorando la prestazione?

Ogni programma dovrebbe prevedere criteri di verifica: test fisici, dati oggettivi, osservazioni qualitative, indicatori specifici della disciplina. Il miglioramento di un parametro isolato non coincide necessariamente con un miglioramento della prestazione. Il valore dell’allenamento si misura nella capacità dell’atleta di esprimere meglio le proprie competenze quando conta.

La domanda finale

Prima di inserire un esercizio nel programma, può essere utile chiedersi:

“Questo lavoro avvicina davvero l’atleta alle richieste della competizione?”

Se il collegamento è chiaro, l’esercizio ha una funzione precisa. Se il rapporto con la prestazione è debole, è il momento di cercare una soluzione più coerente con gli obiettivi dell’atleta.

Il modello prestativo non stabilisce quali esercizi siano giusti o sbagliati: aiuta a costruire un ragionamento, comprendere la prestazione, individuare le priorità e scegliere gli strumenti più efficaci per svilupparla.

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