Quando il talento inganna

Quando il talento inganna: perché il miglior giocatore a 13 anni potrebbe non essere il migliore a 20

Ogni allenatore ha vissuto questa situazione.

Durante una partita del campionato giovanile un ragazzo domina il campo. È più alto, più veloce, più potente. Vince quasi ogni uno contro uno, cattura rimbalzi con apparente facilità e conclude vicino al ferro senza trovare particolare opposizione.

Accanto a lui gioca un compagno più piccolo, meno appariscente, che fatica nei contatti fisici e sembra sempre un passo indietro.

Se dovessimo indicare quale dei due diventerà il giocatore migliore, probabilmente la maggior parte di noi sceglierebbe il primo.

Eppure la ricerca scientifica invita a una maggiore prudenza.

La domanda, infatti, non è chi sia il migliore oggi, ma chi abbia il maggiore potenziale di sviluppo.

Ed è una differenza sostanziale.

In un precedente articolo abbiamo visto come età cronologica ed età biologica possano differire anche di diversi anni tra ragazzi nati nello stesso periodo. Questa semplice osservazione rappresenta una delle chiavi più importanti per comprendere lo sviluppo dei giovani atleti e, soprattutto, per evitare errori nella loro valutazione.

 

Prestazione e talento non sono sinonimi

Nel settore giovanile esiste un equivoco molto frequente: confondere la prestazione attuale con il talento futuro.

La prestazione osservabile durante l’adolescenza dipende da numerosi fattori, molti dei quali non sono ancora stabilizzati. La crescita staturale, l’aumento della massa muscolare, le modificazioni ormonali e lo sviluppo neuromuscolare procedono con tempi molto diversi da ragazzo a ragazzo.

Di conseguenza, due atleti della stessa età possono trovarsi in fasi completamente differenti dello sviluppo biologico.

Il risultato è evidente sul campo.

L’atleta biologicamente più maturo dispone spesso di un vantaggio temporaneo in termini di forza, velocità, potenza e capacità di sostenere i contatti fisici. È quindi naturale che venga percepito come il più promettente.

Ma questo vantaggio non coincide necessariamente con un maggiore potenziale futuro.

 

Il basket è uno degli esempi più evidenti

Nel basket queste differenze assumono un’importanza particolare.

Tra i 13 e i 15 anni pochi centimetri di altezza, qualche chilogrammo di massa muscolare in più e una maggiore capacità di salto possono modificare profondamente il rendimento durante una partita.

Il giocatore più maturo conquista più rimbalzi.

Difende meglio il ferro.

Corre più velocemente in campo aperto.

Assorbe meglio i contatti.

È quindi comprensibile che venga considerato “più forte”.

Ma la fisiologia ci ricorda che molte di queste caratteristiche sono strettamente influenzate dalla maturazione biologica.

Uno studio condotto su giovani cestisti di alto livello ha mostrato che lo stato maturativo rappresenta il principale determinante delle qualità fisiche, mentre le abilità tecniche risultano molto più legate agli anni di allenamento e all’esperienza accumulata. In altre parole, la forza e l’esplosività possono essere favorite dalla maturazione, mentre il gesto tecnico continua a dipendere soprattutto dal lavoro svolto in palestra.

Questo dato merita una riflessione.

Se un allenatore valuta un ragazzo esclusivamente sulla base della prestazione fisica, rischia inconsapevolmente di valutare la sua maturazione e non il suo talento.

 

Quando osserviamo nel momento sbagliato

Uno degli aspetti più interessanti emersi dalla letteratura riguarda proprio il momento della valutazione.

Molti errori nella selezione dei giovani atleti non derivano da una cattiva osservazione.

Derivano dall’osservare nel momento sbagliato.

L’adolescenza rappresenta una fase di enormi cambiamenti biologici. Alcuni ragazzi attraversano il picco di crescita molto precocemente, altri anche due o tre anni più tardi.

Durante questo intervallo le differenze fisiche possono essere impressionanti.

Terminata la maturazione, però, gran parte di quel vantaggio tende progressivamente a ridursi.

Ecco perché la superiorità osservata a 13 anni non garantisce affatto una superiorità a 18 o 20 anni.

 

Il rischio di perdere i futuri talenti

La conseguenza pratica è forse ancora più importante.

Se i processi di selezione privilegiano sistematicamente gli atleti biologicamente più maturi, esiste il rischio concreto di escludere ragazzi che possiedono un eccellente potenziale ma che stanno semplicemente seguendo tempi di crescita differenti.

Questo fenomeno è ben documentato nella letteratura sullo sviluppo del talento.

L’obiettivo di un buon settore giovanile non dovrebbe essere soltanto individuare chi è il migliore oggi, ma soprattutto evitare di perdere chi potrebbe diventarlo domani.

 

Cosa ci insegna la ricerca nel basket

Uno studio condotto su giovani cestisti impegnati nei campionati nazionali ha evidenziato come la maturazione biologica sia uno dei principali predittori della prestazione durante l’adolescenza.

I giocatori più maturi ottenevano mediamente migliori indici di rendimento, segnavano di più e presentavano caratteristiche antropometriche maggiormente favorevoli.

Questo non significa che fossero necessariamente i più talentuosi.

Significa che, in quella fase della crescita, disponevano di vantaggi biologici capaci di influenzare significativamente la prestazione osservata.

 

Una nuova prospettiva: sviluppare, non soltanto selezionare

Negli ultimi anni si è diffuso il concetto di bio-banding, cioè l’organizzazione di allenamenti o competizioni considerando anche il grado di maturazione biologica e non esclusivamente l’età cronologica.

Non rappresenta una soluzione universale, ma ha avuto il merito di cambiare prospettiva.

L’attenzione si è progressivamente spostata dalla ricerca del “più forte” alla costruzione di contesti nei quali ogni atleta possa esprimere il proprio potenziale senza essere penalizzato o favorito esclusivamente dal proprio stadio maturativo.

Per allenatori e preparatori fisici questo significa interpretare le prestazioni con maggiore equilibrio.

Una schiacciata spettacolare a 14 anni può dipendere da qualità atletiche eccezionali.

Oppure può essere, almeno in parte, il risultato di una pubertà arrivata prima.

Allo stesso modo, un ragazzo che oggi fatica nei contatti potrebbe semplicemente aver bisogno di tempo.

Ed è proprio questo tempo che non sempre i sistemi di selezione sono disposti a concedere.

 

Conclusioni

Lavorare con i giovani significa convivere con l’incertezza.

Nessun test, nessuna partita e nessun campionato possono predire con sicurezza chi diventerà un atleta di alto livello.

La ricerca ci offre però una certezza importante: durante l’adolescenza la maturazione biologica influenza profondamente ciò che osserviamo sul campo.

Per questo motivo il compito di allenatori, preparatori fisici e dirigenti non dovrebbe essere soltanto identificare il ragazzo che oggi appare il migliore.

Dovrebbe essere, soprattutto, creare le condizioni affinché ogni giovane atleta possa completare il proprio percorso di crescita prima di essere giudicato.

Perché il miglior giocatore a 13 anni non sarà necessariamente il miglior giocatore a 20.

Ma il miglior giocatore a 20 potrebbe essere proprio quel ragazzo che, a 13 anni, qualcuno aveva deciso troppo in fretta di non aspettare.

 

 

Bibliografia essenziale

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