La motivazione non è soltanto “avere voglia”. Conta anche il modo in cui definiamo il successo.
C’è chi entra in palestra con l’obiettivo di sollevare più peso.
Chi vuole battere il proprio record.
Chi vuole semplicemente fare oggi una ripetizione in più rispetto alla settimana scorsa.
E poi c’è chi guarda il proprio allenamento attraverso gli occhi degli altri: quanto sollevo rispetto al compagno? Quanto sono forte rispetto alla mia categoria? Sono abbastanza bravo?
A prima vista sono situazioni molto diverse. In realtà hanno qualcosa in comune: tutte utilizzano uno standard per definire il successo.
È un’idea che ha una storia molto lunga nella psicologia della motivazione. E una delle sue tappe fondamentali risale al 1953, quando David C. McClelland, John W. Atkinson, Russell A. Clark ed Edgar L. Lowell pubblicarono The Achievement Motive. Il volume raccoglieva principalmente cinque anni di ricerca condotta alla Wesleyan University e cercava di costruire una teoria della motivazione al risultato, oltre a sviluppare strumenti per studiarla.
Oggi quella ricerca non può essere considerata una fotografia della motivazione nello sport moderno. Ma la domanda da cui partiva è ancora interessante:
che cosa significa, per una persona, raggiungere un risultato?
Il successo ha bisogno di uno standard
Nella tradizione di ricerca avviata da McClelland, il comportamento orientato al risultato viene collegato alla presenza di una sorta di standard di eccellenza rispetto al quale valutare la propria prestazione.
Lo standard può essere esterno oppure personale.
Posso voler fare meglio di un’altra persona.
Ma posso anche voler fare meglio di me stesso.
Questa distinzione è importante perché ci permette di guardare l’allenamento da una prospettiva diversa.
Pensiamo allo squat.
“Voglio fare 100 kg” è un obiettivo.
“Voglio superare i 95 kg che ho sollevato il mese scorso” introduce un confronto con una prestazione precedente.
“Voglio fare più di quella persona” introduce invece un confronto sociale.
Il gesto può essere lo stesso. Il significato psicologico dell’obiettivo può essere molto diverso.
Ed è proprio questo uno dei motivi per cui la vecchia ricerca sulla motivazione al risultato continua a essere interessante: non ci chiede soltanto quanto vogliamo ottenere, ma rispetto a quale riferimento stiamo valutando ciò che otteniamo.
Dalla “motivazione al successo” agli achievement goals
Nei decenni successivi, lo studio della motivazione al risultato si è sviluppato attraverso modelli differenti e più articolati, tra cui l’Achievement Goal Theory.
La ricerca contemporanea distingue diverse modalità con cui una persona può definire la propria competenza e il proprio successo. In termini semplificati, possiamo pensare a una differenza tra obiettivi centrati sulla padronanza del compito e sul miglioramento e obiettivi maggiormente orientati alla prestazione rispetto agli altri.
Non significa che uno dei due approcci sia automaticamente buono e l’altro cattivo.
La realtà è più complessa.
I modelli successivi hanno infatti introdotto ulteriori distinzioni, arrivando a considerare contemporaneamente il riferimento utilizzato per valutare la competenza e la direzione dell’obiettivo.
Nel modello 3×2, per esempio, il riferimento può essere il compito (task), la propria prestazione (self) oppure la prestazione degli altri (other). Ciascuno di questi riferimenti può inoltre essere orientato all’approccio — raggiungere un risultato positivo — oppure all’evitamento — evitare un risultato indesiderato.
Una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata nel 2023 ha esaminato questo modello nella letteratura relativa a educazione, sport e lavoro, mostrando allo stesso tempo quanto il quadro di ricerca sia più ampio del solo contesto sportivo.
Quindi “essere motivati” non descrive necessariamente una condizione unica.
Possiamo essere motivati verso qualcosa, oppure motivati ad evitare qualcosa. Possiamo cercare di migliorare oppure cercare di dimostrare la nostra superiorità.
E nello sport funziona?
Qui è necessario fare attenzione.
È facile prendere una teoria psicologica e trasformarla in una regola da palestra:
“Allenarsi per migliorare se stessi è meglio che confrontarsi con gli altri.”
La ricerca non autorizza una conclusione così semplice.
Una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata nel 2024 ha esaminato la relazione tra achievement goals e performance sportiva. Sono stati inclusi 30 studi, per un totale di 8.708 partecipanti provenienti da Europa, Asia, Nord America e Oceania.
Le associazioni osservate tra alcune forme di orientamento al compito o alla prestazione e la performance sportiva erano piccole. Inoltre, la maggior parte dei campioni era costituita da giovani o adolescenti, prevalentemente maschi e non élite.
Questo ultimo dettaglio è importante.
Un risultato osservato soprattutto in giovani atleti non può essere trasferito automaticamente all’adulto che si allena tre volte alla settimana in sala pesi.
E una correlazione non dimostra che un determinato tipo di obiettivo sia la causa di una migliore prestazione.
La scienza della motivazione, insomma, non ci consegna una formula del tipo:
obiettivo X = prestazione migliore.
Ci offre piuttosto strumenti per capire meglio il rapporto tra persona, obiettivo, contesto e comportamento.
La domanda utile per chi si allena
Ed è qui che una teoria del 1953 può diventare sorprendentemente attuale.
Quando diciamo:
“Voglio migliorare”
dovremmo forse aggiungere:
“Rispetto a cosa?”
Perché il miglioramento può essere misurato in molti modi.
Può significare:
- sollevare più carico;
- completare più ripetizioni con lo stesso carico;
- migliorare l’esecuzione tecnica;
- aumentare il range of motion;
- mantenere la stessa prestazione con una percezione di fatica inferiore;
- raggiungere un determinato standard personale;
- ottenere una prestazione migliore rispetto a una precedente.
Non tutti questi indicatori hanno lo stesso significato.
Ma tutti permettono di trasformare un’affermazione vaga — “voglio migliorare” — in qualcosa che può essere osservato.
Il problema del confronto
Il confronto con gli altri, inoltre, non deve essere demonizzato.
Nello sport è inevitabile in molti contesti.
Una gara, una classifica, un test o una selezione introducono naturalmente uno standard sociale. Anche l’agonismo utilizza il confronto come parte integrante dell’attività.
Il punto interessante è un altro: che ruolo occupa quel confronto all’interno della motivazione della persona?
Se il risultato di un’altra persona diventa l’unico metro attraverso cui valutiamo il nostro allenamento, ogni miglioramento può diventare insufficiente.
Se invece utilizziamo più standard — prestazione precedente, qualità tecnica, carico, volume, risultato competitivo — il quadro diventa più ricco.
Non è una prescrizione psicologica. È semplicemente un modo più preciso di descrivere ciò che significa “progredire”.
Dal record al processo
Spostandoci dal modello teorico alla pratica dell’allenamento, questa riflessione può essere tradotta operativamente distinguendo almeno tre livelli.
Il risultato:
“Voglio arrivare a 120 kg.”
La prestazione:
“Voglio aumentare progressivamente il carico mantenendo determinati criteri tecnici.”
Il processo:
“Voglio allenarmi con continuità, rispettare il programma e monitorare i miei progressi.”
Il primo è facilmente visualizzabile.
Il secondo rende il progresso misurabile.
Il terzo tiene conto del fatto che la prestazione non nasce da una singola sessione, ma da una sequenza di comportamenti.
Ed è probabilmente qui che la vecchia domanda sulla motivazione diventa interessante per il fitness contemporaneo.
Una ref vecchia, una domanda ancora attuale
The Achievement Motive ha più di settant’anni.
Non è una fonte da utilizzare per raccontare ciò che la scienza dello sport “sa oggi” sulla motivazione. È una fonte storica che documenta una fase importante nello sviluppo dello studio scientifico della motivazione al risultato.
La ricerca successiva ha ampliato enormemente quel quadro.
Oggi sappiamo che gli achievement goals possono essere descritti in maniera molto più articolata e che la loro relazione con motivazione, comportamento e performance varia in funzione del contesto.
Le revisioni più recenti mostrano un quadro complesso e, per quanto riguarda specificamente la performance sportiva, associazioni generalmente contenute, invitando a non trasformare questi risultati in semplici ricette motivazionali.
Eppure una domanda rimane.
Quando una persona dice:
“Voglio migliorare.”
non sta ancora dicendo abbastanza.
Migliorare rispetto a chi?
Rispetto a quando?
Rispetto a quale standard?
E, soprattutto, quel risultato è qualcosa che vuole raggiungere o qualcosa che vuole evitare di non raggiungere?
Forse il primo passo per costruire un obiettivo di allenamento non è trovare più motivazione.
È capire che cosa intendiamo per successo.
La fonte da cui partire
McClelland DC, Atkinson JW, Clark RA, Lowell EL. (1953). The Achievement Motive. New York, NY: Appleton-Century-Crofts.
Per approfondire
Lochbaum M, Zanatta T, Kazak Z. (2020). The 2 × 2 Achievement Goals in Sport and Physical Activity Contexts: A Meta-Analytic Test of Context, Gender, Culture, and Socioeconomic Status Differences and Analysis of Motivations, Regulations, Affect, Effort, and Physical Activity Correlates. European Journal of Investigation in Health, Psychology and Education, 10(1), 173–205. https://doi.org/10.3390/ejihpe10010015
Lochbaum M, Sisneros C, Kazak Z. (2023). The 3 × 2 Achievement Goals in the Education, Sport, and Occupation Literatures: A Systematic Review with Meta-Analysis. European Journal of Investigation in Health, Psychology and Education, 13(7), 1130–1157. https://doi.org/10.3390/ejihpe13070085
Lochbaum M, Sisneros C. (2024). Situational and Dispositional Achievement Goals and Measures of Sport Performance: A Systematic Review with a Meta-Analysis. Sports, 12(11), 299. https://doi.org/10.3390/sports12110299

